#01 “Complessato”

Complessato: detentore di “complessi“, vedi voce corrispondente
Complessi: Es: “quello c’ha i complessi/è un complessato”, “che complessi che ti fai!”.
Utilizzato nel linguaggio comune solo al plurale (pluralia tantum).
Nel linguaggio comune “complessi” é utilizzato col significato di: oscuri problemi psicologici, difficoltá relazionali poco comprensibili, nevrosi non altrimenti specificate, eccesso di “seghe mentali”.g. 
L’origene del concetto di “complesso” deriva dalla teoria freudiana, sebbene, per ammissione dello stesso Freud, il primo ideatore  del concetto di complesso fu Carl Gustav Jung.
In psicoanalisi, il termine “complesso” si riferisce ad un insieme di pensieri, sentimenti, immagini, sensazioni, parzialmente o totalmente inconsci. Nella teoria freudiana, il complesso per eccellenza è il complesso edipico vale a dire quella fase dello sviluppo, che si colloca tra i 3 e i 5 anni, in cui il bambino sperimenta un conflitto tra il desiderio sessuale nei confronti della madre e la rivalità aggressiva nei confronti padre. Il conflitto è dato dal timore che il padre scopra questi sentimenti e punisca il bambino castrandolo (angoscia di castrazione) oltreché dal fatto che, oltre questi sentimenti, il bambino prova anche e contemporaneamente, sentimenti di amore per il padre e gelosia verso la madre (edipo negativo). Se il complesso edipico non viene superato avviene una fissazione del complesso ed il soggetto svilupperà in età adulta una nevrosi (diventerà cioè piuttosto “complessato”).
il termine “complessato“, con la sua forma passiva, coglie una sfumatura importante del significato originario  e cioè che una persona affetta da un complesso è succube del proprio complesso, ovvero tanto più il complesso è conflittuale e inconsapevole, quanto maggiormente domina l’individuo portandolo a percepire la realtà e relazionarsi agli altri secondo la chiave di lettura della realtà dettata dal complesso. Un complessato è vittima inconsapevole dei propri stessi desideri ambivalenti: vorrebbe fare un certa cosa ma allo stesso tempo non farla e il risultato finale è solitamente piuttosto goffo e contraddittorio.
Ma se in psicoanalisi il termine complesso rimanda sempre al complesso edipico allora perché quel plurale: “complessi“?  Come molti psicologi dopo Freud notarono, infatti, non sempre è il complesso edipico a rivelarsi centrale nell’esperienza dei paziente, altre volte le vite delle persone ruotano attorno ad altri temi, altri conflitti ed altre difficoltà. Sulla base del concetto di complesso, furono nel tempo elaborati numerosi altri complessi:  complesso di castrazione (S. Freud), complesso di Elettra (C.G. Jung… ebbene si, Jung, non Freud.), complesso di inferiorità (A. Adler), Complesso di Dio (E. Jones), complesso fraterno (sempre Freud ma sviluppato da Kancyper,  Kaes), complesso  di Telemaco (recentemente coniato da M. Recalcati), ecc.
Nel linguaggio comune “complessi” é utilizzato col significato di: oscuri problemi psicologici, difficoltá relazionali poco comprensibili, nevrosi non altrimenti specificate, eccesso di seghe mentali.
Fuori dall’ambito strettamente psicoanalitico, il termine si è diffuso anche in ambito letterario, spesso impropriamente utilizzato come sinonimo di “sindrome”. Ne è derivata una varietà pressoché infinita di “complessi”, talvolta con enorme successo di pubblico come nel caso del “complesso di Cenerentola”,  best seller della scrittrice Colette Dowling o della “sindrome di Peter pan” dello psicologo  Dan Kiley, La forza del concetto di complesso risiede nel suo essere esemplificativa di sentimenti e condizioni esistenziali ricorrenti tra gli uomini ed in cui è facile e rispecchiarsi.Sarebbe impossibile enumerarli tutti: potrebbe esistere un complesso per ogni favola, per ogni mito e per ogni personaggio biblico e ognuno di questi complessi sarebbe capace di stimolare risonanze personali e illuminare particolari configurazioni dello sfaccettato sentire umano. Il limite principale del concetto di complesso risiede nella sua stessa forma esemplificatrice, e cioè nel ricondurre  la complessità e l’unicità dell’esperienza di ognuno a una storia “altra”, una sorta di “storia prototipo”,che per quanto evocativa non è mai del tutto autentica nè completa
Il post-modernismo, con il crollo delle grandi narrazioni, ha messo luce questo: una sola storia non basta, non basta Edipo da solo a rendere ragione dell’esperienza umana, non basta una sola spiegazione, occorrono spiegazioni complesse, insature e “dal finale aperto”. Il successivo emergere di nuovi modelli epistemologici in psicoanalisi come l’approccio ermeneutico e la teoria della complessità ha permesso  questo tipo di transizione.
Che posto occupa dunque il concetto di complesso nella psicoanalisi contemporanea? Un ruolo molto ridimensionato rispetto alla teoria classica.  La psicoanalisi contemporanea ha messo in discussione l’ubiquità del complesso edipico come postulato da Freud, considerandola più come una eccezione particolare che come la regola di ogni processo di sviluppo. Alcuni autori hanno pensato di recuperare il complesso edipico  spogliandolo del suo originario significato sessuale e rivisitandolo in chiave relazionale come una configurazione in cui il bambino, la mamma e il papà si trovano all’interno di una triangolo in cui sono in gioco le rispettive alleanze, i reciproci sentimenti di amore e gelosia.
In conclusione il concetto di complesso per come formulato da Freud risulta troppo lineare per i nostri tempi.
L’odierno erede del concetto di complesso può essere considerato il concetto di schema emotivo: vale a dire una complessa articolazione di ………….. che deriva dalle esperienza relazionali ricorrenti realmente vissute nella vita (ed in particolare nell’infanzia). Molti autori hanno contribuito a questa transizione fra i quali è il caso di citare almeno Bowlby, Daniel Stern e Wilma Bucci.  Gli schemi emotivi sono ciò che ci permette di relazionarci agli altri ed a noi stessi nella gestione dei nostri stati emotivi. Questa revisione elimina il significato patologizzante di complesso ed elimina il popolare implicito distinguo tra”complessati” e “non-complessati” in quanto tutti possediamo degli schemi emotivi e non potremmo farne a meno. La sola distinzione risiede tra persone che dispongono di schemi emotivi funzionali, che permettono di connettersi agli altri ed a sé stessi in maniera abbastanza aperta e libera (per quanto tutti abbiamo delle “zone cieche” in noi e con gli altri) come se la loro vita fossero romanzi in perenne fase di stesura, e schemi emotivi che limitano l’esperienza delle persone, rendendo difficili e talvolta dolorosamente ripetitive le relazioni con gli altri, e confusi i propri sentimenti come se fossero costretti a recitare sempre la stessa storia, lo stesso copione. allora la vita sembra diventare un complesso, una storia sempre uguale ed è compito della psicoterapia aprirla a significati, personaggi ed evoluzioni personali e nuove.

#0 “Le parole sono importanti!”

Un giorno Sigmund Freud, mentre viaggiava su una nave diretta negli Stati Uniti , scoprì quanto fosse diventato famoso vedendo un marinaio a bordo leggere il suo “Psicopatologia della vita quotidiana”.
Da allora numerosi sono i termini di matrice psicologica entrati a far parte della lingua comune: “complessato”, “insicuro”, “fissato”, solo per fare qualche esempio..  Senza neanche accorgercene li utilizziamo, dando per scontato il loro significato quando i legami con i concetti originari, inutile dirlo, sono deboli, confusi o del tutto stravolti.
Includendo le parole della psicoanalisi nella lingua di tutti i giorni, fuorviandone il significando e mutandone la forma in neologismi, la nostra cultura mostra di aver accolto il pensiero psiconanalitico e di averlo assimilato al suo interno.
Il presente è un dizionario semi-serio del linguaggio psicologico quotidiano che connette l’uso corrente dei termini psicologici con il loro significato originario. Una psicopatologia del linguaggio psicologico quotidiano se vogliamo, perché le parole sono importanti.
rabbia
La nave salpa, trattandosi di un dizionario psicoanalitico, l’ordine di pubblicazione non potrà essere alfabetico ma libero-associativo.
Sono ben accette proposte, spunti di riflessione.